EDUCAZIONE

DE ANDRE' E IL METODO SHANGAI

Categoria // Editoriale

Italiani mollaccioni e cinesi votati al successo? Aggiungiamo qualcosa di poco detto a un dibattito in corso abbastanza pericoloso.

DE ANDRE' E IL METODO SHANGAI

Negli ultimi giorni in tutto il mondo è stato molto acceso il dibattito aperto dal Wall Street Journal con la pubblicazione del saggio Perché le madri cinesi sono superiori, in cui l’autrice Amy Chua, una professoressa di Legge alla Law School dell’Università di Yale, insegna a tirar su i propri figli per farli diventare piccoli geni in matematica e prodigi nella musica.

È stato ripreso da tutti i giornali italiani con l’immediato confronto con le dolcissime e protettive madri italiche, che forse fanno la rovina dei bamboccioni di casa.
 
Alla base del successo dei giovani cinesi, sostiene orgogliosa Chua, c’è il “Metodo Shanghai” imposto dalle madri. Metodo educativo durissimo che prevede vessazioni e insulti di ogni tipo verso i figli («non li sto insultando ma motivando»), al fine che imparino il brano di musica o l’esercizio di matematica entro sera, pena il salto della cena e di tutti i compleanni per i prossimi 2-3-4 anni, del Natale (ma non sono cinesi???), e di chissà quale altro privilegio. Del pacchetto fanno parte in pianta stabile il divieto categorico di dormire dagli amichetti e di giocare con loro, ma soprattutto di scegliersi in autonomia le attività extrascolastiche che preferiscono.
 
Questi figli cinesi progettati per eccellere vengono poi mandati a fare danni in giro per il mondo e c’è il rischio concreto che i nostri figli se li trovino presto tra i piedi. È importante che si facciano un’idea di come individuarli, decodificarli, neutralizzarli ma soprattutto perché evitarli.

Innanzitutto sfatiamo, ahimè, un luogo comune: le madri di questo tipo non sono solo in Cina. Ne abbiamo parecchie anche noi di sciagurate del genere, quindi non dobbiamo sentirci troppo sicuri sulla facile individuabilità del figlio cinesizzato: potrebbe non avere gli occhi a mandorla. La cosa si fa difficile ma va riconosciuto, perché è socialmente pericoloso per numerosi motivi.
 
Una persona che nell’infanzia ha subito violenza continuativa, fisica o psicologica, è una persona che prima o poi la restituirà, sia ai propri figli che agli altri. Avrà fatto proprio un alfabeto emotivo di insulti, privazioni e umiliazioni quotidiane, e  riconoscerà come l’unico possibile perché quello è stato legittimato dalla sua famiglia. 

Se questa violenza poi proviene direttamente dai genitori, che sono il riferimento e il modello primario per la gestione dei sentimenti, nella sua formazione non avrà avuto mai la possibilità di conoscere la tolleranza, la comprensione, la gestione serena della sconfitta. Ma soprattutto si convincerà che dare buone performances sarà l’unico modo per essere amato. E sarà disposto a passare su tutti i cadaveri possibili pur di mantenere alto il livello delle proprie prestazioni.

Ecco perché i genitori che immettono sul mercato figli-macchine da guerra sono sciagurati: perché ritardano di una generazione l’evoluzione sociale del loro Paese, abbattono il livello di umanità e di tolleranza della comunità e producono elementi culturalmente arretrati e fonti costanti di conflitto.
 
Pretendere che i figli si impegnino al massimo delle loro possibilità è sacrosanto, ma è altrettanto necessario dare loro sulla vita istruzioni per l’uso complete e non parziali. La vita non si vince solo con la bravura. Ci vuole anche la capacità di creare consenso attorno a sé, di farsi apprezzare, amare, scegliere generando fiducia. E ci vuole la consapevolezza che la sofferenza, propria e degli altri, non è un male da evitare, ma solo una “materia” da conoscere.
 
È notizia recentissima di grande rilievo l’uscita in libreria a breve di un libro De André in classe di Massimiliano Leprotti con la prefazione di don Andrea Gallo. L’idea è a mio avviso straordinaria, e va nella direzione più corretta.
L’Autore, per molti anni educatore del Cres di Mani Tese, in questo libro propone l’uso nelle scuole delle canzoni di De André nell’ambito delle discipline filosofiche, storiche e letterarie, materie delle quali il grande Faber era appassionato e che usava spesso come veicolo per parlare di temi sociali.
 
Fabrizio de Andrè è ascoltato dopo la sua morte molto di più di quando era in vita. Il suo pubblico continua ad aumentare perché ai sessantenni suoi coetanei si stanno aggiungendo gli adolescenti di oggi. Non c’è compilation ascoltata dai ragazzini che non abbia alcune delle sue canzoni e il motivo è semplice. De André spiega il dolore, argomento di interesse principale per gli adolescenti.
 
La sofferenza del futuro è la prima preoccupazione per i ragazzi. La affrontano proteggendosi in gruppo, guardando film e videogiochi violenti, cercando di apprendere vie d’uscita o meccanismi di difesa per rendersi abili a sventare il dolore. Ma il dolore non si sventa: si vive.
De Andrè ha successo perché il dolore lo racconta e lo fa condividere. Lo svela, lo scopre, non lo risolve ma soprattutto non lo procura.

L’adulto educatore, e quindi il genitore, non può e non deve procurare dolore e umiliazione profonda. Dev'essere severo ma non dev’essere l’origine di una sofferenza forte e costante. Deve stare accanto per dare coraggio e fornire chiavi di lettura quando arrivano le sofferenze che la vita procura, ma non ne deve essere l’artefice.
 
Capito questo, si evidenzia come sia demenziale il Metodo Shanghai della signora cinese in questione, che sembra essere in cammino verso i giorni nostri direttamente a piedi dal Medioevo.

Potrebbe essere allora un’idea dotarla di un buon lettore di CD e delle cuffie da usare durante il viaggio con tutta la collezione di canzoni di De André: visto il tragitto ha tutto il tempo per imparare finalmente qualcosa.
Isabella Goldmann
Giovedì, 20 Gennaio 2011

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