IL CAPOLAVORO E LA SUA CONSEGUENZA
«Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro». Una delle frasi più sintetiche e dense di Karol Wojtyla può funzionare come un grimaldello nei programmi di ognuno.
Cosa vuol dire fare un capolavoro della propria vita? A chiederlo a milioni di persone, ognuno risponderebbe una cosa diversa. Quando una frase è così apparentemente vasta rischia di pianare la coscienza di chiunque.
Un capolavoro è un risultato unico e irripetibile. Ma qualunque obiettivo, anche illegittimo, con questo lasciapassare personale potrebbe diventare legittimo, se vissuto in malafede. Anche Osama Bin Laden era assurdamente convinto di stare facendo un capolavoro. Anche le figure più di moda in questo periodo potrebbero trovarvi il sollievo che parte dell’opinione pubblica nega loro: l’arrampicatrice o arrampicatore sociale, l’accumulatore di capitali, il venditore di derivati, e chiunque si muova negli interstizi della società, a loro vedere stanno cercando di fare il loro piccolo capolavoro. E spesso ahimè ci riescono anche, a danno degli altri.
Allora è qui il punto: il nostro capolavoro non deve essere a danno di nessuno, ma al contrario, come a supporto di quanto espresso raccomandava Wojtyla, a beneficio di tanti, se non di tutti.
Questo è il dettaglio che viaggia a fianco della frase di Wojtyla che denota la dimensione gigante di questa affermazione. Capolavoro è un grande lavoro fatto di tanto, piccolo, piccolissimo impegno quotidiano. Non è una corsa all’oro, né la ricerca di una autostrada personale per fare più in fretta e saltare le fasi della propria crescita. È un lavoro in cui è necessario, non sempre ma molto spesso, perdere di vista il Sé per seguire un obiettivo molto più alto di noi, e la barra al centro del lavoro che si va a fare è la visione della meta: un risultato a beneficio di tanti.
Oggi molti di noi sono afflitti dalla tendenza contraria: si dimenticano troppo spesso della meta. Sanno tutto sull’oggi, sul cosa e come fare per sbarcare la giornata, o al massimo la settimana, e non si interessano affatto del perché e del senso di quello che fanno.
Il tema della “conseguenza” non è contemplato nell’etica di oggi. Ciò che deriva dalle nostre azioni non è più scientificamente rilevante, perché la nostra società sembra oggi appartenere a una nuova fisica dei fluidi del tutto virtuale, che reagisce alle sollecitazioni in maniera inspiegabile: buttando un sasso nello stagno, l’acqua non fa più cerchi e la forza prodotta dal sasso non si distribuisce allargandosi in superficie ma precipita furtiva sul fondo. Di lei non se ne sa più nulla. Non si vede più, ma non scompare.
Questo stagno virtuale, dove l’acqua è irresponsabilmente ferma, sta accumulando sul fondo la sua energia, in attesa di farla uscire in maniera incontrollata e dirompente. Le conseguenze di quello che facciamo possono venire nascoste e aspettare anche molto tempo a manifestarsi, ma prima o poi lo fanno.
Per ognuno di noi fare un capolavoro della propria vita significa semplicemente lavorare sui propri progetti in maniera entusiasta ma seria, umile ma tenace, corretta ma creativa, e soprattutto senza mai perdere di vista l’effetto eventualmente negativo che può avere sugli altri. Non è la scoperta dell’acqua calda, come potrebbe sostenere qualcuno. Semmai è la scoperta dell’acqua fredda, libera dalle alte temperature dei fuochi di paglia.
Isabella Goldmann





