LA FORZA DELLO SDEGNO
Il tema della indignazione e della vendetta trattato con intelligenza e grande eleganza nell’ultimo film di Sorrentino, "This must be the place".
Il progetto della vendetta, qualunque tipo di vendetta, è una delle attività cerebrali più floride e ricorrenti nella vita di ognuno. Che lo ammetta o no.
Ben inteso: si vuole intendere per “pensiero vendicativo” tutto quel tempo mentale speso a immaginare un risarcimento di torti subiti o subendi (in questo periodo i torti “in corso” sono all’ordine del giorno e occupano tutte le pagine dei giornali). La sofferenza procurata da scelte altrui procura reazione, a volte tutta interna, a volte esternalizzata, a volte solitaria, a volte di gruppo, a volte organizzata e razionale, a volte scomposta e violenta.
Ma sempre reazione è. Le ultime notizie dei disordini di piazza a seguito dei cortei degli indignados sono legate a un senso di profondo malessere che in alcuni non ha saputo né voluto essere contenuto. Gli indignados non cercano vendetta: cercano soluzioni. Chi si è infilato tra loro cercava vendetta. Come se la violenza fosse la soluzione.
La soluzione è sempre il dialogo, l’intelligenza, la pressione ferma e decisa. Anche nelle situazioni più gravi ed estreme.
Sembrerebbe non esserci affatto un nesso tra quanto sta accadendo nel mondo e quanto è raccontato in This must be the place, l’ultimo film di Paolo Sorrentino interpretato magistralmente da Sean Penn. Invece c’è ed è molto interessante.
La pellicola tratta di una vecchia rockstar in disarmo, un cinquantenne fermo agli anni ’80 come look e come testa, con il cervello un po’ bambino, forse perché ha iniziato a sniffare eroina a 9 anni e le sinapsi sono rimaste danneggiate per sempre, nella velocità ma non nella elaborazione dei dati.
Conduce una vita agiata, campando di rendita; ha una moglie che fa il pompiere e che lo ama. Una coppia bizzarra, ma molto complice e solidale. Eppure lui è triste. Di una tristezza quasi genetica, con radici lontane in un rapporto col padre irrisolto. Padre ebreo che non vede da trent’anni e che improvvisamente sta per morire, a New York, a migliaia di anni luce lontano da dove vive lui ora, a Dublino, isolato dal mondo. Decide di andare, ma arriva tardi. Trova una sola eredità: una vendetta non consumata, una causa a cui il padre ha dedicato tutta la sua vita, trovare il militare nazista che lo aveva vessato nel campo di concentramento dove era stato deportato moltissimi anni prima. Un pesce piccolo, non uno dei peggiori, non uno dei nazisti più famosi, ma il padre cercava quello, con una caparbietà che doveva avere un senso, anche se sconosciuto.
Cheyenne, è il nome della rockstar, decide di proseguire lui questa ricerca e di chiudere il cerchio lasciato aperto dal padre. Con una flemma importante, per tutto il carico di pensieri e di silenzi che nasconde, e per la sembianza di fallimento che trascina, assieme a un trolley (pieno di cosa?) da cui non si separa mai. Con un'intelligenza razionale e una sagacia insospettate trova il nazista. Compera anche una pistola, per far intendere che la soluzione più ovvia è a portata di mano, e volendo è un attimo usarla.
Ma non la usa. Prima con il carnefice parla. E scopre il motivo dell’odio del padre: una umiliazione subita. Una umiliazione stupida ma gravissima di cui il nazista è consapevole, pur senza pentimento. Lo scenario cambia. La soluzione è la più ovvia, la più naturale, ma è sempre quella che mai viene percorsa. È la legge del contrappasso: Cheyenne, questo idiota di dostoevskiana memoria, trova la via migliore per affrontare il problema, la trova nelle pieghe dei fatti, nei frammenti apparentemente insignificanti della realtà: l’idea gli viene guardando fuori dalla finestra. Niente di più facile e di più atroce. Perfetto.
Molte altre cose ci sarebbero da dire sul film straordinario di facce, di dialoghi divertentissimi, di tempi reali e non cinematografici. Ma il focus principale è sul soggetto cinematografico: l’aver trasferito in maniera molto utile a una riflessione in una pellicola apparentemente lontanissima, il tema della indignazione e della sua conseguenza, della vendetta intelligente e del suo risultato quasi divertente, liberatorio, rinnovatore.
Risolvere l’indignazione, dare luogo alla soluzione, svuotare il trolley dei sospesi, riporta a nuova vita. Il messaggio è semplice, letterariamente non nuovo, è vero. Ma la vita tutto sommato è sempre la stessa. Peccato che ogni tanto ci si scordano le istruzioni per l’uso.
Isabella Goldmann





