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IL CASO ADIDAS: LA FACCIA NASCOSTA DELLE OLIMPIADI “ETICHE” DI LONDRA

Secondo un'inchiesta pubblicata dall'Independent, l'azienda - partner ufficiale dei Giochi "più etici della storia" - avrebbe prodotto l'abbigliamento sportivo per le competizioni senza rispettare i diritti dei lavoratori indonesiani.

Megliopossibile - Il caso Adidas: la faccia nascosta delle Olimpiadi “etiche” di Londra
Megliopossibile - Il caso Adidas: la faccia nascosta delle Olimpiadi “etiche” di Londra
Dietro la facciata di sostenibilità ambientale e sociale dei Giochi Olimpici di Londra – presentati dagli stessi organizzatori come i "più etici della storia"- si nascondevano realtà di sfruttamento e vessazioni sul lavoro. È quanto denunciato in un lungo reportage pubblicato dal quotidiano britannico Independent nell'aprile 2012.

Protagonista dell'inchiesta: Adidas, partner ufficiale di Londra 2012, nonché fornitrice dell'abbigliamento sportivo indossato dagli atleti inglesi e dai volontari dei giochi. L'azienda è stata accusata di produrre scarpe&Co per la prestigiosa competizione in stabilimenti indonesiani che vedevano calpestati i diritti e la dignità dei lavoratori.

A condurre l'indagine, la corrispondente della testata Kathy Marks. La giornalista si è recata nella città industriale di Tangerang, circa 25 km a ovest di Jakarta, e ha visitato le 9 fabbriche in cui erano in lavorazione le linee olimpiche del famoso marchio.

Drammatica la situazione riscontrata: dipendenti sfruttati, chini sui prodotti o sulle macchine fino a 65 ore la settimana (25 in più rispetto allo standard) a fronte di stipendi da fame (meno di 50 centesimi all'ora). Giovani donne, la maggioranza della forza lavoro, costrette a sopportare abusi verbali e fisici; obbligate a effettuare straordinari non retribuiti e a subire punizioni in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di produzione. «Ci chiamano cani, ignoranti, senza cervello. A volte dobbiamo rinunciare anche alla pausa pranzo per raggiungere l'obiettivo» racconta una giovane sarta intervistata. E se il lavoro rimane indietro, si legge nel reportage, i supervisori arrivano a schiaffeggiare e a tirare scarpe addosso ai dipendenti.

Un vero e proprio inferno che mina le persone nella mente e nel fisico, tanto da farle crollare o ammalare. Un inferno che non prevede appello: rivolgersi ai sindacati, spesso e volentieri, come denunciato dalla Marks, comporta la perdita del lavoro.

E pensare che il comitato organizzatore di Londra 2012 (LOCOG), in un'ottica di sostenibilità a 360°, aveva sottoscritto, obbligando le aziende partner a fare lo stesso, l'accordo internazionale ETI (Ethical Trading Initiative). Tale accordo, pensato per migliorare le condizioni dei lavoratori più vulnerabili, prevede tra l'altro stipendi più alti del 20% rispetto ai salari minimi di ogni Paese e la tutela dei diritti sindacali basilari.

Nelle fabbriche passate al setaccio dalla giornalista, non solo queste norme non venivano rispettate ma nessuno dei dipendenti intervistati era a conoscenza dell'accordo e tantomeno del meccanismo di denuncia istituito dal LOCOG per segnalare eventuali violazioni. Un lavoro, quello della Marks, che ha aperto una voragine nel percorso lastricato di buone intenzioni di London 2012 e offuscato la benevola luce che di riflesso illuminava l'immagine di Adidas. 

In seguito all'inchiesta, l'azienda si è difesa affermando di svolgere annualmente controlli sulle realtà in appalto e che le condizioni di sfruttamento rappresentano un'eccezione, non certo la norma. Il comitato, invece, si è detto "scioccato" e ha promesso di dare il via a un'indagine più approfondita di cui si attendono i risultati.

Per saperne di più, clicca qui!
Sara Occhipinti

Pubblicato:

Martedì, 04 Giugno 2013

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