LA FINESTRA ROTTA
Spesso ci siamo messi d'impegno per modificare abitudini e stili di vita. Come mangiare, come vestire, come consumare meglio promuovendo la cultura della sostenibilità. Ma se più che il come contasse il dove?

E se la differenza la facesse il dove? L'ambiente, infatti, influenza eccome i nostri comportamenti. E quello urbano in particolare. Lo dimostra la teoria della "finestra rotta": se l'ambiente è brutto e degradato siamo tutti più portati a violare le regole. Gli esperimenti che hanno avvalorato questa tesi sono numerosi, uno su tutti riguarda gli edifici abbandonati: dove c'è una finestra rotta che nessuno ripara, è facile verificare come in zona si comincino ad accumulare i rifiuti, poi compaiono le scritte sui muri e in capo a qualche tempo è facile che nei dintorni si verifichi qualche atto vandalico o un episodio di microcriminalità. È così che nascono quelle zone predilette dalle organizzazioni criminali come rifugio per i delinquenti come certe le periferie, dove il degrado non vuole cedere il passo ad alcun genere di miglioramento.
Non si può far di tutt'erba un fascio, perché esistono luoghi dove la voglia di cambiare le cose ha fatto la differenza: dove la finestra è stata riparata: così sono nate le zone residenziali anziché i ghetti, come sa bene chi va a New York, che se oggi è una delle città più affascinanti del mondo e quella in cui nel nostro immaginario i sogni diventano realtà, negli anni '80 era invece nota per essere una metropoli assai poco sicura e molto degradata.
Ma se la città catalizza l'aggressività e la psicosi sociale, i "luoghi del disordine" possono essere la miccia che fa scoppiare l'atto antisociale. «Se nessuno ripara un danno nell'ambiente esterno, percepiamo il degrado, l'assenza di controllo, il non amore per il luogo - osserva lo psichiatra Claudio Mencacci -. Questo alimenta comportamenti deteriori o comunque un senso di disagio che non ci abbandona».
È come un circolo vizioso: quanto più un luogo è trascurato, brutto e fatiscente, tanto peggio è vissuto da chi ci abita. I quartieri anonimi, male illuminati, senza una piazza per incontrarsi non incentivano certo buoni rapporti fra le persone, ma anzi influenzano negativamente carattere e comportamenti, diseducano al rispetto reciproco, compromettono le relazioni sociali e lasciano dilagare il timore e la diffidenza tra chi ci vive e anche tra chi si trovi a doverli frequentare per i più svariati motivi.
Questo fenomeno oltre al malessere mentale favorisce pure la microcriminalità: non è un caso se la teoria della finestra rotta, proposta per la prima volta nel 1982 dai sociologi James Wilson e George Kelling, sia stata utilizzata anche come base scientifica per interventi anticrimine in molte città del mondo. L'esempio è ancora New York, 1990, dove il nuovo capo della polizia della metropolitana, William Bratton, ispirato proprio dai due studiosi, decise di concentrarsi su un problema che parve a molti assai marginale, ovvero assicurarsi che tutti i passeggeri pagassero il biglietto. La "tolleranza zero" su questa piccola infrazione, che pare quasi irrilevante ai fini della lotta contro il crimine, innescò un circolo virtuoso: la popolazione percepì un maggior controllo e i reati nel metrò diminuirono sensibilmente. Una forma pratica di cultura della sostenibilità.
Questa politica dimostra come ciò che porta al cambiamento sia il primo gesto, la molla che dimostra che non si ha paura di ammettere che le cose non vanno e che dà il coraggio di fare qualcosa per migliorale, come fece il sindaco della Grande Mela Rudolph Giuliani, che fu inflessibile nel pretendere la pulizia dei marciapiedi newyorkesi. Anche qui il risultato non fu solo una città più pulita, ma soprattutto un calo nella microcriminalità. Quello che è importante capire è che non conta solo migliorare il nostro piccolo orto, ma iniziare a percepire come nostro tutto l'ambiente che circonda ciò che ci appartiene, perché questo genera il cambiamento e ci aiuta a vivere meglio promuovendo la cultura della sostenibilità
Per cominciare basta aprire la porta di casa e ricordare a noi stessi e agli altri che se un condominio è un po' lasciato a se stesso a volte è sufficiente assegnare ai singoli inquilini parti di cui prendersi cura per innescare un miglioramento che farà bene a tutti. Se provare per credere è più di una teoria, allora è tempo di provare a darsi fare.





