FEDERCULTURE

L'ORO DI NAPOLI, ROMA, MILANO...

Categoria // Cultura, Società

Il Rapporto annuale di Federculture 2012 ci dice che gli italiani incrementano le spese per la cultura, perfino a scapito di cibo e vestiti. Il numero dei visitatori di siti archeologici e musei cresce, ma gli investirori pubblici e privati sono sordi e la formazione dei giovani nel settore è in emergenza.

L'ORO DI NAPOLI, ROMA, MILANO...
Ce ne siamo accorti un po' tutti. Dalle grandi alle piccole città davanti alle mostre, anche a una sola opera simbolica, si formano lunghe file. I quotidiani che ripubblicano i classici del pensiero, dai filosofi Greci ai sociologi contemporanei, ristampano le copie. La crisi morde ma spinge anche a capire, interpretare passato e futuro alla ricerca di una via di uscita.

Per tanti cittadini la via d'uscita e la luce per individuarla sono rappresentate dalla cultura, dalla bellezza che circonda chi vive in Italia e che purtroppo spesso non è considerata – come altrove – un'insostituibile risorsa che possediamo in esclusiva. Un giacimento di materia rara che solo certe terre offrono.

Se da un lato una gestione spesso ottusa dell'informaziine e della pubblicistica ufficiale sostiene da sempre che "la gente non capisce", dall'altra è sempre più evidente che se la divulgazione è seria, appassionata e corretta la gente capisce benissimo. E chiede di più: non altrimenti si spiegano le letture dantesche di un Sermonti a Milano o il successo del Festival Biblico di Vicenza che monsignor Ravasi porterà anche all'estero.

Code ai musei della scienza, ai premi letterari, alle tournée musicali, ai festival del cinema e del teatro. Grandi produzioni e piccole iniziative dal basso riproposte dal vivo o sul web che dicono di un fermento vivace e propositivo in tutte le fasce di età e strati sociali.

Qualche dato tratto dal Rapporto Federculture 2012 Cultura e sviluppo. La scelta per salvare l'Italia: nel 2011 la spesa delle famiglie italiane in questo settore ha raggiunto 70,9 miliardi di euro, con un incremento del 2,6% rispetto al 2010. Musei e teatri vincono la sfida con vestiario, calzature e generi alimentari per i quali la spesa è cresciuta nell'ultimo anno dell'1,2-1,3%.

In uno scenario di crisi economica, politica e sociale senza precedenti e che viene da lontano, si evidenzia comunque che fra il 2008 e il 2011 la spesa per la cultura ha registrato un incremento del 7,2%. Ancora più evidente l'incremento nel decennio 2001-2011 quando ricreazione e cultura hanno registrato un +26,3%.

Negli ultimi dieci anni siamo andati di più a teatro (+17,7%), abbiamo ascoltato più concerti di musica classica (+11%) e visitato più monumenti e siti archeologici (+6%), sui siti culturali statali spingono all'ottimismo: i visitatori di siti culturali nel 2011 sono stati oltre 40 milioni (+7,5%), per 110,4 milioni di euro di introiti lordi (+5,7%), un trend di crescita quasi costante negli ultimi 15 anni e che ha visto gli ingressi a musei e aree archeologiche passare dai 25 milioni del 1996 ai 40 di oggi (+60,2%) e comunque ben al di sotto della domanda intercettabile (come dimostrano i numeri di città all'estero alle quali non abbiamo nulla da invidiare).

«Il nostro patrimonio di arti e di saperi è un vero capitale, non solo culturale, ma economico - afferma Roberto Grossi, Presidente di Federculture nel suo saggio di introduzione al volume -, ma il punto è che la ricchezza economica non è generata dalla quantità o dall'importanza dei beni culturali. Magari bastasse essere il Paese che ha il maggior numero di siti Unesco (47 su 936), la maggior quantità di aree archeologiche, musei, chiese, archivi storici rispetto a ogni altro Paese al mondo. La domanda culturale cresce in relazione allo sviluppo delle politiche culturali e a quello del sistema di produzione e di offerta. Per questo serve una politica pubblica».

E qui arriva il capolavoro dell'autolesionismo: la sempre più evidente riduzione del finanziamento pubblico alla cultura: negli ultimi dieci anni il bilancio del MIBAC è diminuito del 36,4%, arrivando nel 2011 a 1.425 milioni di euro contro i 2.120 del 2001. In rapporto al bilancio totale dello Stato lo stanziamento per la cultura ne rappresenta solo lo 0,19%, mentre è appena lo 0,11% del Pil.

Eppure, quando il Paese doveva essere ricostruito dalle oggi inimmaginabili rovine della guerra e, anche allora, bisognava ritrovare una speranza per il futuro, lo Stato destinava alla cultura lo 0,8% della spesa totale (1955), cioè il quadruplo di quanto investe oggi. Basta pensare alla miracolosa rinascita del teatro Alla Scala di Milano, oggi al centro di furiose polemiche relative ai costi di gestione, agli stipendi d'oro, ai risultati inferiori alle aspettative a fronte di una cannibalizzazione che lascia agli altri meno delle briciole.

Stessa sorte ha avuto il Fondo Unico per lo Spettacolo, diminuito in dieci anni del 17,9% o il sostegno dei Comuni. Una ricerca contenuta nel Rapporto su un campione di 15 Comuni (tra cui Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma, Torino) dimostra come tra il 2008 e il 2011 la spesa culturale delle amministrazioni comunali, in particolare per la parte relativa agli investimenti, sia diminuita mediamente del 35%.

Sul fronte dei privati le sponsorizzazioni, verso tutti i settori, negli ultimi tre anni sono andate progressivamente diminuendo. Dal 2008 si registra un calo del 25,8%. Per il 2012 si prevede un'ulteriore contrazione del 5%. Restano per ora invece praticamente invariate le erogazioni alla cultura da parte delle fondazioni bancarie.

Il nostro Paese, stando alla classifica del Country Brand Index, è al primo posto per l'attrattiva legata alla cultura. Stando ai più recenti dati UNCTAD (United Nation Conference on Trade and Development), nel 2010 il valore dell'export italiano di beni creativi è stato di oltre 23 miliardi di dollari, in crescita dell'11,3% rispetto al 2009. Siamo il quarto Paese al mondo per esportazioni di beni creativi, mentre siamo primi per il design tra le economie del G8.

«La cultura è, insomma, una grande industria capace di produrre beni e servizi made in Italy che originano anzitutto da un'esperienza che si sviluppa in un contesto unico e originale - dice Grossi -. Il settore delle industrie culturali e creative, oggi stimato valere il 4,5% del Pil europeo e il 3,8% degli occupati totali, sarà nei prossimi anni in grande espansione. Ma mentre gli altri Paesi, nostri concorrenti, hanno già fatto delle scelte, noi non abbiamo ancora cominciato a discutere».

In questo quadro il nostro sistema formativo sembra perdere capacità di attrarre giovani. Dall'anno accademico 2003/2004 a quello 2009/2010 gli iscritti all'Accademia Nazionale di Arte e all'Accademia Nazionale di Danza sono diminuiti rispettivamente del 7,5 e del 23%. Siamo tra gli ultimi in Europa per spesa nell'istruzione pubblica nel settore: investiamo il 4,8% del Pil, contro l'8% della Danimarca, il 6,9% dell'Inghilterra, o il 6,2% della Francia.
Quanti laureati in conservazione dei beni culturali finiscono nei call center? Quanti artisti promettenti sono costretti a rinunciare per sbarcare il lunario?

Ma forse la domanda è un'altra. Perché il nostro Paese non riesce a credere che la cultura e la bellezza possano essere messe a reddito senza vergogna, regalando invece ai cittadini l'orgoglio e la speranza che un'opera d'arte può dare, come si è visto tra i terremotati stretti attorno al "loro" Guercino?

Se lo chiedono in tanti e tanti stanno cercando di dare una risposta. La cutura salverà il nostro Paese? Se lo chiede tra gli altri Ilaria Borletti Buitoni, Presidente del Fai (Fondo Ambiente Italiano) nel recentissimo libro Per un'Italia possibile. Non solo si può. Si deve.

www.federculture.it
Antonella Cicalò
Giovedì, 28 Giugno 2012

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