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PROPOSTA SOSTENIBILE
Il dibattito sulla cessione di beni pubblici per abbattere l'ammontare del debito pubblico, e quindi il proprio costo, è stato molto acceso e ricco di contributi. Per meglio apprezzarli, vorremmo ricordare le condizioni per le quali la cessione di asset riduce effettivamente l'onere da interesse sul debito pubblico. Infatti, la cessione di asset pubblici di per sé non garantisce la riduzione dell'onere per interessi sul debito pubblico. Leggendo i criteri adottati dalle Agenzie per l'assegnazione dei rating dei debiti sovrani, si nota come nella valutazione non sia tenuto in alcun conto l'ammontare di patrimonio pubblico posseduto dallo Stato. La motivazione è che il valore di un asset è il valore attuale dei flussi futuri di reddito che tale asset sarà in grado di generare. Così, se oggi vendi un asset e con l'incasso riduci il debito, in futuro il deficit pubblico, a parità di condizioni, crescerà in misura pari ai flussi di reddito che spetteranno non più allo Stato ma al nuovo proprietario dell'asset.

Pertanto, a parte eventuali benefici di altra natura (es. fine di un monopolio), la cessione di asset ha impatto nullo sulla rischiosità del debito pubblico e quindi sul costo complessivo del debito (lo spread sul debito rimanente aumenta), fuorché la vendita avvenga "a premio" rispetto all'attuale prezzo di mercato (il venditore beneficia oggi di parte dei maggiori redditi che l'acquirente sarà in grado di far produrre all'asset in futuro). Ovviamente, una cessione "a sconto" degli asset, simmetricamente, produrrà un minor calo del debito e un suo peggioramento in termini di costo.

A onor del vero, in un mercato che chiede un premio aggiuntivo per il rischio liquidità, cioè che un alto debito possa aver problemi a essere rifinanziato indipendentemente dalla capacità del debitore di ripagarlo, forse anche la mera riduzione apparente del debito, nel breve termine, potrebbe avere un qualche impatto positivo sullo spread (asimmetria informativa).

In assenza di una banca centrale autorizzata a svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza, il rischio liquidità è un rischio molto rilevante. In un contesto internazionale dove le pressioni inflazionistiche sono molto contenute, gli investitori valutano il rischio liquidità di gran lunga superiore al rischio inflazione, privilegiando titoli di Stati per i quali il rischio liquidità è inferiore, anche se questo è il frutto di una banca centrale che stampa moneta e che potrebbe generare inflazione.

E' logicamente pensabile vendere asset pubblici a forte premio rispetto al loro attuale prezzo? E' possibile se il venditore si fa pagare il valore dell'opzione implicita nell'asset relativa a un possibile aumento significativo dei flussi futuri generati dall'asset a seguito della bravura del nuovo management (privato).

Pertanto, cedere partecipazioni in aziende la cui capacità reddituale è in linea con quella di altre aziende, italiane o estere, comparabili non produce alcun beneficio sul fronte del costo del debito.
Diversa è la storia per gli immobili pubblici. Prendiamo un palazzo di 1000 mq al centro di Milano adibito a ufficio pubblico, in cui lavorano 20 dipendenti (in Italia i mq per dipendente pubblico sono circa 50!). Il flusso generato da questo cespite è nullo e quindi è nullo il suo valore. Se lo Stato vendesse il palazzo e poi lo prendesse in affitto, il suo valore sarebbe determinato dal rendimento dell'affitto (sale & lease back), operazione che come ricordato non ha alcun impatto sul costo del debito. Se, invece, quel palazzo fosse trasformabile in 4 appartamenti di 250mq ciascuno, cedibili al prezzo –minimo- di mercato € 10,000.00/mq, il palazzo genererebbe un introito di €10 mln.

Dove collochiamo i 20 dipendenti pubblici? Li trasferiamo in un bell'ufficio nuovo in periferia che lo Stato prende in affitto, in un complesso che sia eco-sostenibile (lo Stato dovrebbe dare l'esempio nella scelta di edifici a consumo zero, certificati e con un layout ben studiato) e il cui, eventuale, costo d'acquisto non dovrebbe superare i €5000 mq. Ora, visto che un dipendente privato ha a disposizione una superficie di circa 15mq, lo Stato dovrebbe affittare circa 300mq per i suoi 20 dipendenti. Al 6% di rendimento €5000 al mq devono rendere €300 al mq al proprietario, ovvero, lo Stato dovrà versare €90,000 all'anno per l'affitto di 300mq di un ufficio del valore di €1,5 mln.
Il calcolo è presto fatto: lo Stato cede il palazzo in centro per €10 mln, e paga €1,5 mln in canoni di affitto (il valore attuale di €90,000 di affitto l'anno) e questo produce una plusvalenza strutturale di €8,5 mln, che comporta un'effettiva riduzione del debito pubblico di pari entità. Chiaramente non in tutte le città d'Italia la differenza tra residenziale/commerciale in centro e uffici in periferia è così marcato e spostare la sede degli uffici ha un costo. Ipotizzando, quindi, che tale differenza sia di €2 mln ogni 20 dipendenti pubblici (in totale circa 3.6 milioni), questa real spending review produrrebbe un abbattimento vero del debito pubblico di ben €360 miliardi!
L'operazione descritta, che non è un artificio contabile, ma una vera e propria ristrutturazione dell'uso delle risorse pubbliche, libera una plusvalenza implicita negli asset che nessuna valutazione sul rating dello Stato poteva rilevare.

In conclusione, la cessione di asset abbatte il debito, e il suo costo, solo se il prezzo di cessione incorpora il premio per il miglior uso che un privato può fare di quell'asset.

Questo è fare politica economica di rientro del debito e sostenibile. Per noi e per le generazioni future.
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Dalla chiocciola al green building


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