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FIAMME E FIAMMELLE
L’economia globale è ancora fondata sulle energie non rinnovabili – non solo petrolio, ma anche gas naturale, carbone o materie prime come il rame – che si stanno progressivamente esaurendo, tanto che è in atto un grande gioco internazionale per accaparrarsi i giacimenti rimasti sul pianeta anche con conflitti non solo diplomatici. E le energie rinnovabili?

L’energia sta ridisegnando gli equilibri del mondo e nuove aree vengono spregiudicatamente esplorate: per esempio l’Africa, che anche dopo la fine della colonizzazione torna a essere l’oggetto del desiderio di compagnie sia private che pubbliche. Nigeria, Repubblica della Guinea Equatoriale, Angola sono solo alcuni di questi dove l’estrazione del petrolio ha portato anche inquinamento, disboscamento, danni alla biodiversità e sociali. Dietro conflitti interetnici e guerre civili spesso infatti si celano gli interessi contrapposti delle multinazionali dell'energia.

La nuova grande arma di influenza è la disponibilità di gas naturale. Lo vediamo in questi giorni di gelo eccezionale, ma si è comunque calcolato che la domanda di energia dei Paesi europei, entro il 2030, raddoppierà e, anche a causa dell’instabilità delle aree mediorientali in cui giace la maggiore riserva di idrocarburi, si dovranno elaborare soluzioni alternative tenendo conto del predominio della Russia su questa forma di energia.

Uno scenario che solo una convinta adesione allo sviluppo delle energie rinnovabili può, forse, scongiurare.

La questione la pone Stefano Casertano nel libro La Guerra del Clima. Geopolitica delle Energie rinnovabili, edito da Brioschi. In qualità di docente universitario, consulente del Ministero dello Sviluppo Economico e di ENI si può considerare un esperto di questioni energetiche nel nostro Paese.

La sua analisi si concentra lungamente sull’Italia il cui futuro, in termini di produzione energetica non è roseo, almeno confrontandosi con i dati e le statistiche odierne: l’88% dell'energia proviene ancora dai caburanti fossili, mentre il management è ancora culturalmente indietro in fatto di sviluppo di energie rinnovabili.

La politica energetica del nostro Paese risulta, pertanto, assai incerta, mentre urge un riposizionamento che consenta all’Italia di scommettere seriamente su efficienza energetica e fonti rinnovabili di fronte agli scenari energetici futuri.

Ma in ritardo non siamo solo noi, ma un po’ tutta l’Europa, ancora intrappolata nelle contraddizioni e nei compromessi creati dall’accordo di Kyoto e dall’asse Pechino-Washington specie per quanto riguarda il business del fotovoltaico, una filiera industriale con cui la Cina ha conquistato i mercati (anche se nel solare proprio l’Italia tenta il sorpasso e tiene comunque il passo n.d.r.).

Bisogna sapere, infatti, che la produzione di moduli solari si basa su un processo produttivo ad alta intensità elettrica: disporre di corrente a basso costo è, quindi, un fattore determinante di successo. Dato che l’elettricità cinese dipende dal carbone (che inquina), è con questo che vengono prodotti i pannelli solari che trasportati per mezzo mondo, vengono installati in Europa per “risparmiare CO2”. La riprova che non esistono situazioni ottimali se non si mettono in campo le migliori strategie possibili.

Le previsioni di Casertano non sono pessimiste, anche se con tali le rinnovabili difficilmente garantiranno l’estinzione dei conflitti energetici. In un prossimo futuro, magari dipenderemo meno dalla Gazprom russa o dall’Opec ma, con tutta probabilità, avremo a che fare con nuovi signori del vento, del sole o dell’acqua.

In tal senso l’opinione pubblica deve informarsi e vigilare anche razionalizzando i consumi per evitare che la sete globale di energia consenta a Pechino come ad altri di farsi sempre più pervasiva nell’accaparrarsi le risorse naturali del pianeta. È come sempre un problema di cambiamento culturale nei confronti dell’ambiente.





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